I due nati

Due nuovi nati. Anzi, tre.

Una breve pausa dopo l’Angelus e le campane ripresero a suonare con quei rintocchi inconfondibili che annunciavano qualcosa di gioioso. I braccianti, che a quell’ora si recavano dal capouomo per ricevere gli ordini, riconoscevano bene quel messaggio: la comunità si era arricchita di un nuovo membro. Ma quel giorno lo scampanio durò più del solito: che fossero due i nuovi nati?
Da giorni in casa dei nobili Mazzuchelli la servitù era in agitazione: donne che pulivano ogni angolo della casa, uomini che dovevano ubbidire agli ordini più strampalati del conte, via vai di conoscenti che giungevano chi dalla città chi dalle ville dei paesi vicini. Angelina, la donna di servizio più anziana, quella che accoglieva per prima i padroni quando giungevano in villeggiatura a metà primavera, comandava a bacchetta la servitù mentre lei, a sua volta, ubbidiva senza batter ciglio, alla levatrice, fatta giungere appositamente dalla città fin dall’inizio del mese.
Finalmente, poco prima dell’albeggiare, il primo vagito. Era femmina, d’accordo, però l’inconveniente era relativo in quanto l’erede maschio già c’era e cresceva sano. Eppoi, la signora contessa era giovane e di sana costituzione. La casata, per il momento, non correva pericolo.
Il cappellano, appena avuta la notizia, si recò nell’oratorio di famiglia per ringraziare Dio del nuovo dono e per raccomandarGli la protezione della piccola Barbara.
Era l’anno del Signore 1769, il giorno 24 del mese di Aprile.
Ad un tiro di schioppo dalla Villa, fra le ultime case della contrada, prima di inoltrarsi tra i campi, un’altra famiglia festeggiava una nascita. Certo, non c’era la confusione che abbiamo visto dai Mazzuchelli, però un accenno di baraonda non mancava: tutta colpa del nonno Giambattista. Quando seppe che era maschio, scese in cantina per spillare del migliore. Ne bevve subito due boccali: il primo, perché era maschio, il secondo perché, come primogenito, avrebbe portato il suo nome. Poi salì, pronto a ridiscendere quando fossero arrivato i parenti.
E fu così che Ciliverghe, quel giorno, si ingrossò di due unità. Aveva ragione il campanaro di suonare…
Per la verità, i nati non erano propriamente due. Ce ne sarebbe stato un terzo, anzi una terza, perché era femmina. Ma le campane non avevano di certo prolungato il suono per lei. Anzi, di lei meglio che non se ne accorgesse nessuno. Non se ne sarebbe accorta nemmeno la storia (quella con la esse minuscola) se il parroco, per dovere d’ufficio, non fosse stato costretto a registrarla sui libro dei nati, con incerta calligrafia:
“Una infante esposta sta mattina presso la porta della Chiesa fu raccolta e giudicatala appena nata senza alcun segnale fuor di essere poveramente fasciata. Io la ho battezzata ed ha assistito alla sacra cerimonia del fonte per compatre il signor Carlo Albini e da Reggenti è stata mandata alla Ruota del Pio Luogo. Io ho posto nome Petronilla”.
Avvolta in un panno bianco, era stata deposta prima dell’alba davanti al portone della chiesa, non essendoci la ruota.
Era stato il bifolco del Mazzuchelli, che tornava a casa dopo la mungitura, ad accorgersene. Dopo aver sbirciato con fare circospetto in quello strano involucro, corse ad avvisare la moglie. Poi, di corsa dal parroco. Bisognava far presto, meglio sbrigar tutto prima del sole. La moglie, su suggerimento del parroco, corse ad avvisare donna Mostarda, una signora di Brescia venuta da poco in paese; il marito andò a svegliare uno dei reggenti perché venisse subito con il calesse.
Sbrigate le formalità del breve rito battesimale, il reggente spronò il cavallo verso la città, con donna Mostarda che teneva avvolta fra le braccia la piccola.
Conoscevano la strada, i nostri: già due anni prima avevano risolto un’identica situazione. Quando qualcuno veniva abbandonato alla ruota o sul portone della chiesa, dopo i primi accudimenti, veniva portato al pio luogo di Brescia, che si trovava all’interno dell’ospedale maggiore.
Petronilla venne presa dalla portinaia e portata nella Cancelleria, dove si provvide a segnare il suo nome sul registro, il giorno, il mese e l’anno della sua presentazione, l’età e una descrizione dell’aspetto fisico. Le venne, infine, posta una medaglietta attorno al collo, con il nome ed il numero del registro e fu portata nel reparto delle balie per la sua prima poppata. Da quel momento aveva una sua identità, figlia dell’ospedale.
Ma quale sarebbe stato il suo destino?
Vediamo di ricostruirlo, attraverso l’aiuto dei documenti del tempo.

Il pio luogo, come già detto, si trovava all’interno dell’ospedale maggiore. In esso, oltre agli infermi de piaghe, slogati et scavezzi, venivano accolti tutti li esposti, sì di Brescia, suo territorio, di Valcamonica, di Salò et sua riviera, da Iorci Novi, Asola et asolano, da Castelgiufredo, Solfrino et Castiono, et anchor da altri luogi circumvicini…
Per questa ragione, l’ospedale manteneva un certo numero di balie et allevava una dozzina di capre da latte, che si vedevano pascolare tra i padiglioni.
Quando le balie non bastavano, i neonati venivano affidati a puerpere esterne, naturalmente dietro compenso, in denaro o in frumento.
Un dato che riportiamo come esempio. Nel 1580, i lattanti presenti all’interno dell’ospedale erano 19, mentre quelli dati fuori a balia era circa 450.
Al compimento del primo anno di età venivano divisi fra maschi e femmine ed affidati rispettivamente a due donne attempate, figlie dell’ospedale, aiutate da altre cinque: qui rimanevano fino al compimento del nono anno di età. Dopo, i trovatelli non adottati da famiglie venivano accolti in uno speciale padiglione dell’ospedale per imparare un mestiere.
I maschi, all’Accademia de putti, dove, sotto la guida di un governatore fanno l’arte del sartore, altri scarpe et alcuni lavorano nelli telarini in far diversa sorte di nistole, et altri, che sono ancor piccioli, gli vengono insegnate lettere da un reverendo sacerdote…
Le fanciulle, sotto la direzione di una donna anticha et di gravità, attendono a filare, altre sono poste a far le bugade, et alcune altre ad incanar la seda, far nistole et cartelle, et anchor alcune ve ne sono che lavorano nel telaro, facendo delle tele di ogni sorte et tutte quelle che non sanno leggere vengono insignate, et anchor de buoni costumi fidelmente disciplinate dalle sudette donne che hanno cura……
A sedici anni, i maschi venivano affidati ad alcune famiglie di artigiani per imparare un mestiere, mentre le femmine diventavano serve in casa di famiglie signorili.
Quando si sposavano, avevano diritto ad una dote, fornita loro dall’ospedale.
Sempre, comunque si portavano appresso il marchio figlio dell’ospedale.

Danilo Agliardi

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