La canonica

Nascono in un’osteria il salone e la casa parrocchiale.

La Chiesa e la Canonica in una foto degli anni ’60. Si noti la sede del Comune non ancora demolita.

Il progetto iniziale era quello di costruirvi un’osteria. Dirimpetto all’uscita laterale, quella degli uomini, l’idea, economicamente parlando, non era poi tanto male: quale migliore consolazione di un buon bicchiere per tirarsi su, dopo una predica in cui il prete aveva indugiato sulle fiamme dell’inferno e, quindi, sulla sete che si sarebbe patita laggiù? I clienti, di certo, non sarebbero mancati.
Era questo, probabilmente, quello che avevano pensato i Facchi quando fecero tirar su i quattro muri su quel sito dove oggi sorge la Canonica.
Non avevano, però, pensato che anche il diavolo, per quanto furbo, quando si spinge troppo vicino alla chiesa, ne esce alla fine scornato. E fu così che, nel volgere di pochissimo tempo, se ne andarono padre, figlio e zio Facchi, senza che avessero il tempo di coprire i muri con la soletta.
La vedova, sola ma non inconsolabile, non se la sentì di portare a termine il progetto. Anche perchè il suo progetto era un altro: trovarsi presto un marito.
Lo fece così bene, che ne trovò due: uno Zerbio, con cui si sposò nel ’23 ed il sacrista, dopo che rimase nuovamente vedova, che sposò nel ’24.
Fu, forse, per liberarsi dalla maledizione di quei muri, entro i quali crescevano erbacce laddove erano previsti panche e banconi, che pensò di disfarsene mettendoli in vendita.
Questa volta il parroco, don Gabrieli, pensò bene di non farsi sfuggire l’occasione.
Se poi sia stata veramente un’occasione… qui i pareri divergono. Nelle trattative ci si mise di mezzo una donna, Bigia Ventura, col fine di favorire l’affare (dice lei), per speculare (dice il parroco).
Sappiamo solo che la cifra sborsata, 5.500 lire, per quei tempi non era cosa da poco. Una notevole parte della somma fu anticipata da mons. Capretti, ciliverghese, ma prevosto a S. Agata.
In quel tempo, fungeva da Canonica la vecchia abitazione dietro l’attuale macelleria e che ancora conserva, sul portoncino d’ingresso, le due “C” che stanno per Comunità di Ciliverghe.
Oltre ad abitazione del parroco, quelle stanze fungevano da oratorio e da aule di catechismo. Quando bastavano. Ma non bastavano mai e si doveva ricorrere all’autorità comunale per avere in prestito le aule della scuola elementare, il cui edificio era stato inaugurato il 28 Ottobre 1922 (prima, la scuola si svolgeva nell’edificio comunale che sorgeva dietro l’abside della chiesa e continuerà ancora per alcuni anni a svolgere tale funzione per le ultime classi del ciclo elementare).
Ma gli anni Venti erano gli anni…del Ventennio, con tutto quello che ciò comportava: rapporti difficili fra Chiesa ed autorità fasciste, destinati ad acuirsi se a capo dei due enti si trovavano persone che già per “questioni di pelle” non andavano d’accordo.
Il 26 Settembre, all’inizio dell’anno scolastico, il sindaco di Ciliverghe avverte il parroco che il consiglio comunale ha deliberato di non concedere più l’uso delle aule scolastiche per il catechismo. Non solo: si deve smontare in quattro e quattr’otto il piccolo palco che i giovani avevano allestito nelle vecchie scuole per le loro rappresentazioni teatrali.
Anzichè disperarsi, don Gabrieli prende la palla al balzo: si rivolge direttamente alla popolazione lanciando l’idea di costruire, sul terreno acquistato dalla vedova Facchi, due stanze e un salone.
Si forma una commissione e il 26 Giugno inizia la costruzione. I lavori procedono spediti, tanto che il 4 Novembre dello stesso anno il salone può essere inaugurato. Odio, mancavano ancora le porte e il pavimento, ma tanta era l’attesa che non si volle aspettare oltre. In quell’occasione si proiettò (e lascio immaginare il fascino di questo verbo) un filmato sulla guerra, da non molto conclusa, illustrato a voce dal cappellano militare don Cesare Bonini.
La festa piacque a tal punto che due notabili del luogo, i fratelli Pietro e Faustino Filippini (quelli della Capriola), promisero di provvedere a loro spese alla posa del pavimento. Cosa puntualmente eseguita nel Gennaio successivo. Nel Febbraio si tenne una pesca di beneficenza che fruttò ben 2.500 lire. Tanta manna perchè, con questo denaro, si portò a termine la costruzione del salone e di due stanze, adibite una ad aula e l’altra a cucina. Nel Dicembre del ’27, l’edificio è ultimato e riceve l’approvazione dell’autorità prefettizia.

La cucina, però, non doveva servire al parroco (come, furbescamente, aveva lasciato intendere don Gabrieli), ma per preparate il pranzo ai piccoli della “sala di custodia” (cosi, allora, era chiamato l’asilo) che il parroco fortissimamente voleva.
E già dal Dicembre 1927 sino al ’29 le famiglie ciliverghesi potevano affidare i loro piccoli alla nuova struttura.
Una cosa, però, non funzionò nel piano del parroco: il lascito di Giambattista Portesi. Questo signore muore il 4 Gennaio 1927 e, un mese prima, aveva consegnato al parroco, alla presenza di tre donne, un plico di titoli per un valore di 90.000 lire affinchè servissero a costruire e mantenere l’asilo infantile.
A questo punto, però, il giallo. Un erede, sobillato, forse, dall’autorità politica, ricorre avverso la donazione, impedendo la stesura dell’atto che avrebbe dovuto essere rogato dal notaio Boletti ‘sulla base della testimonianza delle tre donne’
La vicenda si ingarbuglia e qualcuno ha tutto l’interesse a mescolare nel torbido. Alla fine, l’intero patrimonio (cui andavano aggiunti parecchi piò di terreno) viene preso in gestione dalle autorità politiche di Mazzano (cui nel frattempo Ciliverghe era stato unito).
La Canonica veniva completata e alla fine del Marzo 1930 il parroco trasloca nel nuovo edificio. Il vecchio viene adibito ad abitazione delle tre monache Orsoline alle quali era stato affidata la gestione del nuovo asilo, quello attuale. Arrivarono a Ciliverghe il 30 Aprile di quell’anno, solennemente accolte dopo che erano state accompagnate in automobile dal cav. Strada.
Nel 1952 viene aggiunto, alla Canonica, il portichetto. Per la sua costruzione, occorre il placet di Angelo Albini, fu Benedetto, il quale aveva diritto di passaggio sulla fascia antistante la Canonica. Questi cede l’area al prezzo simbolico di lire 20 annue di affitto, con la clausola che, qualora il Comune chiudesse il passaggio sulla piazza, il parroco sarà costretto a smantellare il portichetto, ripristinando l’antico passaggio.

Danilo Agliardi

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