Palazzo Appiani

Requiem tra le antiche stanze

Cappello in mano, avvolti nel loro nero tabarro, esitarono alquanto prima di attaccarsi al battente del portoncino. Fu una gelida ventata che fece vincere ogni residua esitazione e due colpi secchi rintronarono in quel freddo pomeriggio di gennaio. Seguì, da lì a poco, il lamentare stridulo di un catenaccio e il portoncino si spalancò per far entrare i tre individui.
Era stato lo stesso nobile Antonio ad aprire e ciò li aveva messi ancora più a disagio. Attraversarono il cortile e si accomodarono nello studiolo del padrone, nel luogo in cui tante volte erano entrati per percepire la paga dal risidur del sior padrù.
Questa volta, però, il motivo era ben diverso.
Antonio Appiani si aspettava la visita e conosceva bene il motivo che aveva spinto quei tra fabbricieri a varcare la soglia del suo palazzo: tutta colpa di quelle buone anime dei parenti che, anzichè guadagnarsi il Paradiso in vita, trovavano più comodo farselo pagare dagli eredi mediante il carico di Messe di suffragio.
Per questo non ci pensavan due volte a regalare terreni in cambio di messe. Il guaio era che, spesso, quei terreni erano ipotecati, creando non pochi problemi a chi rimaneva…
Ma la vicenda che ha coinvolto gli Appiani ha dell’incredibile.
Procediamo con ordine.
Il 27 maggio 1835 Giuseppe Appiani lascia alla fabbriceria di Ciliverghe tre pezze di terra, denominate S.Rocco, affinchè con il ricavato dell’affitto si celebrino per la sua anima 28 Messe annuali ‘nella Chiesa del monte, annessa a casa Appiani, parte delle quali per tre mesi dell’anno nei dì di festa di precetto’. (1)
Tutto bene, tranne un particolare: quei terreni erano stati ceduti in eredità ai conti Ettore e Federico Mazzuchelli e solo la bontà loro e della tutrice, la zia Marietta Longo, vedova dello zio Giovanni , permise alla fabbriceria di entrarne in possesso.
Passano cinque anni e l’elenco delle messe si allunga. Il reverendo Giovan Battista, con atto notarile (2), lascia la propria parte di eredità ai fratelli Pietro, Antonio e Gaetano (tutti senza figli) con l’obbligo che l’ultimo di essi trasferisca tutti i beni Appiani alle nipoti Teresa e Marianna Paratico, sposate la prima con un Conter e la seconda con un Brunelli. La contropartita? Le messe, ovviamente: ” di sottostare all’aumento di messe annuali cinquanta alla cappellania della famiglia Appiani nell’oratorio del monte, da celebrarsi annualmente…” (3).
Bella tegola, per i superstiti. Per far fronte alle spese, concedono ad enfiteusi (4) una pezza di terra denominata Pradone. I fabbricieri, però, chiedono una stima del fondo, per sapere se il valore copriva la spesa delle messe. E qui i fratelli tergiversano. Il motivo era facilmente intuibile: anche quel fondo era già ipotecato e non disponevano di soldi per lo svincolo.
Inizia, a questo punto, una telenovela tra fabbriceria, Appiani e le future eredi Paratico, spalleggiate dai mariti, Conter e Brunelli.
Scopriamo, nel corso della vicenda, che la famiglia Appiani era talmente mal messa che non aveva nemmeno i soldi per pagare l’estimatore dei terreni. Messi alle strette dai fabbricieri, i fratelli Appiani alla fine sbottano, dicendo che loro non erano più padroni di nulla, che erano solo usufruttuari e che qualsiasi spesa, pertanto, doveva essere a carico delle eredi Paratico.

 Il 17 settembre 1847 muore uno dei tre fratelli, Gaetano, il quale pensa bene di lasciare un ricordo di sè ai fratelli …caricando ulteriormente l’elenco delle messe con altre cinquanta. Come potessero essere pagate… affari di chi rimaneva (5).
E’ a questo punto che i fabbricieri decidono di passare alla maniere dure: minacciano gli Appiani e i coeredi di ricorrere al tribunale se non trovano una soluzione soddisfacente. Il 26 gennaio 1849 i tre fabbricieri decidono di recarsi personalmente a casa Appiani per cercare, insieme, una via di uscita. E qui siamo arrivati pure noi.
Il nobile Antonio non aveva più nulla degli antichi avi che tanta soggezione avevavo incusso nei paesani: sapeva che la famiglia non c’era più, sapeva che tutto quello che si vedeva non gli apparteneva più. Era rimasto solo, con il fratello apoplettico, ‘giacente in un letto in uno stato deprecabile’ scrivono i fabbricieri nel loro resoconto. (6)
Con disarmante sincerità, dice ai tre che non è più padrone di nulla e che tutto è passato agli eredi, debiti compresi.
Quelle parole dovevano rintronare tra quelle antiche stanze con una drammaticità che valeva ben più di un requiem: era la polvere del tempo che scendeva, come una coltre, su quattro secoli di storia ciliverghese. Sì, perchè nessun’altra famiglia, nemmeno i Mazzuchelli, hanno legato la propria storia a quella di Ciliverghe.
I fabbricieri fanno mestamente ritorno e a loro non rimane altro che prenotarsi e mettersi in fila nel momento in cui si tireranno le somme.
Sei anni dopo, un altro fabbriciere, l’avv. Andrea Polotti, si rivolge al nobile Gervasio Conter, curatore dell’ultimo Appiani, Antonio, imponendogli di far celebrare le cinquanta messe e chiede le copie di tutti gli atti notarili dal 1772 .
Tra l’aprile e l’agosto del 1856 muore l’ultimo Appiani ed il Polotti non è più disposto ad accettare rinvii dagli eredi.
Il palazzo, nel frattempo, viene venduto ai Della Vita e rimangono in sospeso tutte le messe, anche perchè la chiesetta sul monte rimane, ancora per alcuni anni, in mano ai numerosi eredi i quali, onde evitare che la fabbriceria faccia celebrare le messe addebitando a loro poi le spese, si rifiutano di consegnare le chiavi al parroco di Ciliverghe.
Con buona pace delle anime Appiani…

Danilo Agliardi

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