San Carlo

L’oratorio Mazzuchelli di San Carlo
ovvero, quando la moglie è troppo giovane…

Aveva di che essere soddisfatto il conte Giovanni, mentre conduceva all’altare la giovane Marietta: cinquantanove anni, mezza vita spesa a raccogliere onori e glorie al seguito di Napoleone e l’altra mezza a raccogliere onori e glorie…di altro genere, godendosi i frutti del patrimonio di famiglia.
Poi, il dovere di perpetuare l’albero genealogico dei Mazzuchelli lo costrinse al matrimonio. La prescelta, appartenente alla famiglia Longo, aveva ventitrè anni, vale a dire trentasei meno del marito. Le cronache del tempo ce la descrivono bella, colta, amante dell’arte ed essa stessa autrice di poesie: praticamente, il massimo che allo sposo potesse capitare.
Era il 1826.
Dieci anni, però, non bastarono all’anziano conte per suggellare la sua avventurosa esistenza con un erede. Quando morì, nel 1836, rimase alla giovane vedova l’intero patrimonio. Ma le rimasero, pure, quegli oneri che i Mazzuchelli avevano sempre osservato con scrupolosa puntualità: le messe di suffragio per le anime degli antenati. Che non era cosa di poco conto: in due secoli, queste Messe si erano accumulate a tal punto, da raggiungere la ragguardevole somma di duecento all’anno e tutte da celebrarsi nella chiesetta di famiglia a Ciliverghe. Ce n’era abbastanza per trasformare la Villa da luogo di villeggiatura a convento di clausura…
Marietta, troppo giovane per ergersi a custode delle anime dei morti, preferì impiegare tempo e denaro per diventare custode delle anime dei vivi, meglio ancora se questi erano i giovani e brillanti artisti bresciani del tempo.
E quando qualcuno le ricordò il rispetto degli obblighi delle messe, pensò bene di chiudere l’oratorio, trasformandolo in unità abitativa.
Eravamo alla metà del secolo scorso. Alcuni anni più tardi, gli stessi abitanti del paese non si ricordavano più nè delle messe, nè della chiesetta. Su di essa cadde una coltre d’oblio, tanto che nemmeno per noi è stato facile risalire alla sua esatta ubicazione.
Soltanto ora, con l’arrivo del nuovo parroco e con la possibilità, finalmente, di consultare l’archivio parrocchiale, ho potuto trovare la chiave della soluzione. In un documento, si descrivono le coerenze e si cita testualmente:…..chiesa limitrofa alla pubblica strada cui dava a mezzo (cioè a mezzogiorno, a sud)…(1).
Si confermava, pertanto, la primitiva ipotesi e cioè che la chiesetta sorgeva all’estremità dell’ala orientale dell’attuale Villa Mazzuchelli e coincideva con l’angolo nord-ovest di Villa Maggi, ossia di quel caseggiato che sorge ad est di Villa Mazzuchelli e risulta appartenere a quella famiglia sin dal 1500. (2)
Nel 1654, Marc’Antonio Maggi fa testamento, lasciando i beni di Ciliverghe alle due sorelle (sposate entrambe ai Paratico), con l’obbligo di completare la costruzione della chiesa, da lui iniziata, e di far celebrare in essa messe di suffragio per la sua anima.(3)
Quando, nel 1722, l’intero fabbricato passa sotto la proprietà di Federico Mazzuchelli, viene redatto un inventario degli arredi sacri della chiesetta e della sacrestia e, fra le clausole di acquisto, il Mazzuchelli si assume l’onere di far celebrare due messe settimanali in suffragio dell’anima di Marc’Antonio Maggi (4). Impegno che, da quanto ci risulta, i Mazzuchelli rispettarono sino all’inizio del secolo scorso.
Poi il pasticcio. Vediamo cosa succede.
Nel 1805, cioè in piena epopea napoleonica, il colonnello Giovanni Mazzuchelli procede ad un atto di divisione con i fratelli Federico ed Ettore (5). Al primo rimane, tra le altre cose, la Villa di Ciliverghe, con l’obbligo, però, di provvedere alle cinquantadue messe annuali per le anime dei morti di famiglia. A queste andavano aggiunte altre trentatrè, gravanti su tutti i fratelli, e le due messe settimanali, in perpetuo, per l’anima di quel Marc’Antonio che, apposta per questo, si era fatto costruire la chiesetta.
Finchè il conte Giovanni è in vita, nessun problema.
Passano, però, solo tre anni dalla sua morte, che la giovane vedova non solo non fa più celebrare le messe, ma addirittura abbandona a se stesso l’oratorio, tanto che il vescovo Ferrari, durante la visita pastorale, nel 1839, scrive che ‘in seconda contrada vi era un altro oratorio ma fu abbandonato’.
Dell’oratorio e delle messe relative non se ne parla più fino al 1852. Un amministratore comunale, l’avvocato Polotti, gran rompiscatole, accusa i fabbricieri di non aver mai fatto nulla per obbligare la contessa Marietta a far celebrare le messe nel suo oratorio, alleviando così le spese alla fabbriceria, che si sarebbe trovata delle messe in più, soprattutto gratuite. Non solo. L’avvocato va oltre ed accusa i fabbricieri di non aver fatto nulla perchè uno era il massaro e l’altro il genero di quest’ultimo. Gli accusati reagiscono sdegnati, dicendo che, a memoria d’uomo, non risultavano obblighi di messe in quell’oratorio, ma l’avvocato li smentì, tirando fuori l’atto di divisione del 1805. Anche noi, che in fatto di rompiscatole non siamo, forse, da meno del Polotti, siamo andati a scovare quest’atto nell’archivio di Stato ed abbiamo appurato che il Polotti aveva ragione.
La contessa, però, se ne guardò bene dal tenere fede all’obbligo. Anzi, visto come si stavano mettendo le cose, trasformò la chiesetta in abitazione, tanto che l’anno successivo, nel 1853, il vescovo Verzeri scrive testualmente che l’oratorio fu demolito, cioè sconsacrato e trasformato in abitazione.
Qualche anno dopo, Marietta cedette pure la Villa. Quando i nuovi proprietari, i Tempini, vollero costruirsi la chiesetta, se ne guardarono bene dal recuperare il vecchio oratorio di San Carlo: non si sa mai che qualche nuovo Polotti……
Fecero allora erigere la chiesetta sull’altra ala della Villa, quella occidentale, dove esiste tutt’oggi, e la dedicarono a Santa Cristina.
Quando, nel 1894, il parroco di Ciliverghe invia una relazione al vescovo sullo stato delle chiese nel paese, scrive che Santa Cristina appartiene ai Tempini e, facendo proprie le raccomandazioni di questi, aggiunge ‘”ma senza alcun onere di messe…”
Come dire: ognuno si tenga i morti suoi…..

Danilo Agliardi

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