{"id":288,"date":"2012-01-17T10:21:25","date_gmt":"2012-01-17T09:21:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.parrocchiaciliverghe.it\/wp\/?page_id=288"},"modified":"2021-06-09T16:48:18","modified_gmt":"2021-06-09T15:48:18","slug":"palazzo-appiani","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.parrocchiaciliverghe.it\/sito\/index.php\/storie\/luoghi\/palazzo-appiani\/","title":{"rendered":"Palazzo Appiani"},"content":{"rendered":"<p><strong><em>Requiem tra le antiche stanze<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"http:\/\/www.parrocchiaciliverghe.it\/sito\/wp-content\/uploads\/2012\/01\/appiani-1.bmp\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-709 aligncenter\" title=\"appiani 1\" src=\"http:\/\/www.parrocchiaciliverghe.it\/sito\/wp-content\/uploads\/2012\/01\/appiani-1.bmp\" alt=\"\" width=\"616\" height=\"432\"\/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cappello in mano, avvolti nel loro nero tabarro, esitarono alquanto prima di attaccarsi al battente del portoncino. Fu una gelida ventata che fece vincere ogni residua esitazione e due colpi secchi rintronarono in quel freddo pomeriggio di gennaio. Segu\u00ec, da l\u00ec a poco, il lamentare stridulo di un catenaccio e il portoncino si spalanc\u00f2 per far entrare i tre individui.<br \/>\nEra stato lo stesso nobile Antonio ad aprire e ci\u00f2 li aveva messi ancora pi\u00f9 a disagio. Attraversarono il cortile e si accomodarono nello studiolo del padrone, nel luogo in cui tante volte erano entrati per percepire la paga dal risidur del sior padr\u00f9.<br \/>\nQuesta volta, per\u00f2, il motivo era ben diverso.<br \/>\nAntonio Appiani si aspettava la visita e conosceva bene il motivo che aveva spinto quei tra fabbricieri a varcare la soglia del suo palazzo: tutta colpa di quelle buone anime dei parenti che, anzich\u00e8 guadagnarsi il Paradiso in vita, trovavano pi\u00f9 comodo farselo pagare dagli eredi mediante il carico di Messe di suffragio.<br \/>\nPer questo non ci pensavan due volte a regalare terreni in cambio di messe. Il guaio era che, spesso, quei terreni erano ipotecati, creando non pochi problemi a chi rimaneva&#8230;<br \/>\nMa la vicenda che ha coinvolto gli Appiani ha dell&#8217;incredibile.<br \/>\nProcediamo con ordine.<br \/>\nIl 27 maggio 1835 Giuseppe Appiani lascia alla fabbriceria di Ciliverghe tre pezze di terra, denominate S.Rocco, affinch\u00e8 con il ricavato dell&#8217;affitto si celebrino per la sua anima 28 Messe annuali &#8216;nella Chiesa del monte, annessa a casa Appiani, parte delle quali per tre mesi dell&#8217;anno nei d\u00ec di festa di precetto&#8217;. (1)<br \/>\nTutto bene, tranne un particolare: quei terreni erano stati ceduti in eredit\u00e0 ai conti Ettore e Federico Mazzuchelli e solo la bont\u00e0 loro e della tutrice, la zia Marietta Longo, vedova dello zio Giovanni , permise alla fabbriceria di entrarne in possesso.<br \/>\nPassano cinque anni e l&#8217;elenco delle messe si allunga. Il reverendo Giovan Battista, con atto notarile (2), lascia la propria parte di eredit\u00e0 ai fratelli Pietro, Antonio e Gaetano (tutti senza figli) con l&#8217;obbligo che l&#8217;ultimo di essi trasferisca tutti i beni Appiani alle nipoti Teresa e Marianna Paratico, sposate la prima con un Conter e la seconda con un Brunelli. La contropartita? Le messe, ovviamente: &#8221; di sottostare all&#8217;aumento di messe annuali cinquanta alla cappellania della famiglia Appiani nell&#8217;oratorio del monte, da celebrarsi annualmente&#8230;&#8221; (3).<br \/>\nBella tegola, per i superstiti. Per far fronte alle spese, concedono ad enfiteusi (4) una pezza di terra denominata Pradone. I fabbricieri, per\u00f2, chiedono una stima del fondo, per sapere se il valore copriva la spesa delle messe. E qui i fratelli tergiversano. Il motivo era facilmente intuibile: anche quel fondo era gi\u00e0 ipotecato e non disponevano di soldi per lo svincolo.<br \/>\nInizia, a questo punto, una telenovela tra fabbriceria, Appiani e le future eredi Paratico, spalleggiate dai mariti, Conter e Brunelli.<br \/>\nScopriamo, nel corso della vicenda, che la famiglia Appiani era talmente mal messa che non aveva nemmeno i soldi per pagare l&#8217;estimatore dei terreni. Messi alle strette dai fabbricieri, i fratelli Appiani alla fine sbottano, dicendo che loro non erano pi\u00f9 padroni di nulla, che erano solo usufruttuari e che qualsiasi spesa, pertanto, doveva essere a carico delle eredi Paratico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.parrocchiaciliverghe.it\/sito\/wp-content\/uploads\/2012\/01\/appiani-2.bmp\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-710 alignright\" title=\"appiani 2\" src=\"http:\/\/www.parrocchiaciliverghe.it\/sito\/wp-content\/uploads\/2012\/01\/appiani-2.bmp\" alt=\"\" width=\"443\" height=\"312\"\/><\/a>&nbsp;Il 17 settembre 1847 muore uno dei tre fratelli, Gaetano, il quale pensa bene di lasciare un ricordo di s\u00e8 ai fratelli &#8230;caricando ulteriormente l&#8217;elenco delle messe con altre cinquanta. Come potessero essere pagate&#8230; affari di chi rimaneva (5).<br \/>\nE&#8217; a questo punto che i fabbricieri decidono di passare alla maniere dure: minacciano gli Appiani e i coeredi di ricorrere al tribunale se non trovano una soluzione soddisfacente. Il 26 gennaio 1849 i tre fabbricieri decidono di recarsi personalmente a casa Appiani per cercare, insieme, una via di uscita. E qui siamo arrivati pure noi.<br \/>\nIl nobile Antonio non aveva pi\u00f9 nulla degli antichi avi che tanta soggezione avevavo incusso nei paesani: sapeva che la famiglia non c&#8217;era pi\u00f9, sapeva che tutto quello che si vedeva non gli apparteneva pi\u00f9. Era rimasto solo, con il fratello apoplettico, &#8216;giacente in un letto in uno stato deprecabile&#8217; scrivono i fabbricieri nel loro resoconto. (6)<br \/>\nCon disarmante sincerit\u00e0, dice ai tre che non&nbsp;\u00e8 pi\u00f9 padrone di nulla e che tutto&nbsp;\u00e8 passato agli eredi, debiti compresi.<br \/>\nQuelle parole dovevano rintronare tra quelle antiche stanze con una drammaticit\u00e0 che valeva ben pi\u00f9 di un requiem: era la polvere del tempo che scendeva, come una coltre, su quattro secoli di storia ciliverghese. S\u00ec, perch\u00e8 nessun&#8217;altra famiglia, nemmeno i Mazzuchelli, hanno legato la propria storia a quella di Ciliverghe.<br \/>\nI fabbricieri fanno mestamente ritorno e a loro non rimane altro che prenotarsi e mettersi in fila nel momento in cui si tireranno le somme.<br \/>\nSei anni dopo, un altro fabbriciere, l&#8217;avv. Andrea Polotti, si rivolge al nobile Gervasio Conter, curatore dell&#8217;ultimo Appiani, Antonio, imponendogli di far celebrare le cinquanta messe e chiede le copie di tutti gli atti notarili dal 1772 .<br \/>\nTra l&#8217;aprile e l&#8217;agosto del 1856 muore l&#8217;ultimo Appiani ed il Polotti non&nbsp;\u00e8 pi\u00f9 disposto ad accettare rinvii dagli eredi.<br \/>\nIl palazzo, nel frattempo, viene venduto ai Della Vita e rimangono in sospeso tutte le messe, anche perch\u00e8 la chiesetta sul monte rimane, ancora per alcuni anni, in mano ai numerosi eredi i quali, onde evitare che la fabbriceria faccia celebrare le messe addebitando a loro poi le spese, si rifiutano di consegnare le chiavi al parroco di Ciliverghe.<br \/>\nCon buona pace delle anime Appiani&#8230;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Danilo Agliardi<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Requiem tra le antiche stanze Cappello in mano, avvolti nel loro nero tabarro, esitarono alquanto prima di attaccarsi al battente del portoncino. 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